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Mohamed e il calcio: voglio sentirmi parte di una squadra

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Mohamed era un bambino come tanti: le cose importanti della vita erano poche, la famiglia, gli amici, il suo pallone. Sì perché Mohamed sembrava nato con un pallone attaccato ai piedi.

Tump, tump, tump. Un calcio, una giravolta e uno scatto in avanti, alzando sempre una quantità di polvere e terriccio che ti toglie il fiato e ti si attacca ai vestiti. Potevi star certo che a qualsiasi ora del giorno lo trovavi sempre lì, in mezzo al campo insieme agli amici tra schiamazzi, spintoni e grandi risate.

Anche di notte il pallone era sempre con lui, tra le sue braccia, sognando di allenarsi un giorno in un campo da calcio “vero” come quello dei suoi idoli. Una vita di un ragazzino di 10 anni come tanti.

Ma qualcosa lo fece crescere all’improvviso. Scoppia la guerra in Senegal e tutto cambia; il suo mondo crolla e le gambe tremano: deve partire, scappare. Da solo. Così lo implorano i suoi genitori, per cercare una vita altrove. Non c’è posto né risorse per scappare tutti, ma lui deve andare.

Come fai a chiedere a un quasi adolescente di scappare, lasciare i propri cari, il proprio Paese per avventurarsi nell’ignoto?

Mohamed però riesce a trovare un motore inaspettato, che solo gli adolescenti con la loro energia sanno avere:

“Volevo giocare in uno stadio vero e questo mi ha guidato e dato la forza di non fermarmi e non voltarmi indietro”.

Il viaggio verso l’Italia e la solitudine

Il viaggio si rivela tutt’altro che rapido e lineare. Partito dal Senegal, ha attraversato la Guinea e la Nigeria per poi arrivare a Tripoli, in Libia. Qui ha vissuto per un paio d’anni, tra lavoretti occasionali e detenzioni nelle carceri libiche, per racimolare i soldi sufficienti per intraprendere il viaggio in mare verso le coste italiane.

Arriva in Italia nel 2019. Finalmente dice. Ma è solo. Macchine, palazzi, rumori assordanti mai conosciuti, una lingua incomprensibile per quanto musicale quanto il poco francese che ha studiato a scuola. Vorrebbe soltanto potersi sdraiare su un campo da calcio, fermarsi, e finalmente respirare. Ma questo non è ancora possibile. Ad aspettarlo, dopo un lungo e difficoltoso viaggio e sofferenze di anni, c’è la burocrazia: visite mediche, documenti, essere ammesso in un centro di prima accoglienza.

Giocare a calcio come motivazione a lottare

Ma la tenacia di Mohamed, e il supporto degli operatori del Centro di Primo Accoglienza che lo ospita, hanno la meglio: dopo 6 mesi il suo talento viene apprezzato da una società sportiva dove comincia ad allenarsi sul serio.

Oggi Mohamed, in attesa di essere in regola con i documenti per disputare un campionato in Italia, aspetta il giorno in cui potrà giocare una vera partita di pallone in uno stadio!

Mohamed è pronto a riceve l’assist per sentirsi parte di qualcosa, una squadra. La sua; dove potrà tornare a preoccuparsi di come ha giocato, per quanti minuti, dei passaggi sbagliati, dei gol fatti e subìti.

Accogliere è solo il primo passo, l’inclusione è la vera vittoria

Accogliere, ascoltare, sostenere. Comprendere la bellezza delle unicità che diventano ricchezza per la comunità. Su questi temi parte il lavoro a favore dell’inclusione sociale di Spes contra spem nei Centri di Pronta Accoglienza che gestisce a Roma insieme alle Cooperative Programma Integra e Famiglie Anziani Infanzia F.A.I. e nella casa famiglia per minori Approdo.

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